MILANO, 19 gennaio 2005 - L’anomalia Paolo Maldini apparentemente è un trentenne
come tanti: un cappotto nero, un maglione nero, una t-shirt bianca. Ma Paolo
Maldini ha una storia da raccontare e già questo è un fatto raro; oltretutto è
una storia lunga, vent’anni di carriera su trentasette ancora da compiere. Paolo
Maldini ha una famiglia, la fascia da capitano di una delle squadre più note del
pianeta, una lista degli onori impressionante. Ha i complimenti di tutto il
mondo del calcio ("E’ il migliore", Felipe Scolari), il rispetto e l’invidia
affettuosa dei compagni. La biomeccanica di Paolo Maldini suscita la curiosità
avida di preparatori atletici e medici, il lato psicologico di Paolo Maldini
impressiona anche chi non mette il naso in uno stadio: "Ma come fa ad avere
ancora voglia di vincere". Paolo Maldini è anomalo per questo: non conosce la
parola "basta", basta vittorie, basta partite, basta calcio. La parola "basta"
per lui esiste soltanto applicata a telecamere e giornalisti, sicché è probabile
che questi giorni di celebrazione siano stati i più noiosi degli ultimi vent’anni.
Ma stavolta è diverso, perché in Gazzetta Paolo arriva scortato da altri pezzi
di Milan, gente che ha una storia da raccontare. E sono storie lunghe, com’è
stata ed è ancora la sua.
Com’è stato il primo giorno col Milan?
"Come Rivera
sono partito da Linate, nel senso che ho fatto un provino lì. Avevo dieci anni,
ma in fondo la mia storia col Milan è cominciata prima, con mio padre. Milanello
è una seconda casa e San Siro mi trasmette più emozione di qualsiasi altro
stadio".
Di suo padre giocatore cosa sa?
"Poco perché non è che in giro ci siano
molti filmati. Ho visto di più Rivera e ho giocato accanto a Franco Baresi.
Parlavamo poco perché non siamo grandi conversatori, ma ci capivamo bene".
A chi
lascerà la sua eredità di capitano?
"Non abbiamo più giocatori cresciuti nel
nostro vivaio, ma non importa dove sei nato, importa quello che senti per la
maglia. E allora Shevchenko, che è arrivato da noi anni fa, o Gattuso potrebbero
andare benissimo. Ma perché parlarne adesso? c’è ancora tanto tempo davanti".
Ancelotti dice: spero di non dover essere io a dire a Paolo di restare in
panchina.
"Spero anch’io di non essere tanto rimbambito da non capire quando
dovrò smettere".
In Italia non ci sono più grandi difensori.
"Non lamentiamoci,
altrove è peggio. E comunque al Milan va bene così: siamo nati per attaccare, ma
abbiamo una difesa solida. E’ il massimo".
In nazionale lei non ha vinto nulla.
L’Italia non vince nulla, da anni.
"Qualche volta abbiamo avuto sfortuna. Ai
Mondiali del ’90 abbiamo avuto un’occasione storica, 4 anni dopo abbiamo perso
ai rigori e quando perdi ai rigori è difficile capire cosa ti è mancato. Poi,
agli Europei con la Francia siamo riusciti a perdere a pochi secondi dalla fine.
Sfortuna".
All’estero i giocatori-bandiera fanno carriera come dirigenti, qui
no. Perché?
"E’ difficile dirlo. A me fare il dirigente forse piacerebbe;
l’allenatore no, perché ho visto come si stressava mio padre, che pure ha
vissuto sempre molto bene. Ma allenare non mi piacerebbe anche perché non mi
andrebbe di rimettermi in discussione andando a allenare in serie B, a fare la
gavetta altrove, lontano dal Milan. Non mi ci vedo".
E con tutte quelle
telecamere intorno, a bordocampo, ci si vede?
"A me non danno fastidio: quando
vado in campo penso a giocare, non a quello che ho intorno. E poi siamo un po’
vittime del nostro sistema, dal quale otteniamo anche vantaggi economici. Certo,
ormai telecamere e microfoni sono un problema. E’ un limite, una linea sottile:
da una parte i vantaggi, dall’altra la tutela della nostra privacy. Bisogna
riuscire a non oltrepassare troppo il limite".
Ci sono comportamenti scorretti
intorno al calcio, ma anche dentro. Giocatori e arbitri, ad esempio: non le pare
un rapporto da rivedere?
"Dobbiamo darci una regolata, insegnare ai ragazzi come
ci si deve comportare. Però anche gli arbitri dovrebbero cercare di restare
sereni: se facessero come fanno in Inghilterra, dove prima di ammonirti ti
spiegano le cose, andrebbe meglio".
Totti sul mercato: sarebbe una buona idea
portarlo al Milan o no?
"In un Milan votato all’attacco come questo, Totti
starebbe benissimo, però non è il momento adatto per lanciare una qualsiasi
proposta: è in una fase delicata, lasciamolo tranquillo".
A proposito di futuro,
suo figlio Christian come sta?
Risata. "Mio figlio sta bene, come Liedholm. Ma
ha otto anni e mezzo, è troppo piccolo per parlarne. Certo, giocare a calcio gli
piace, e un’idea di come si calcia ce l’ha già".
Non è che vuole giocare finché
arriva lui?
"Io voglio continuare finché sto bene e mi diverto, e adesso è
così".