Cominciò con un paio di scarpe strette. Avevo sedici anni, ero senza sponsor: mi
arrangiavo con le cose che mi compravo da solo e le scarpe da ghiaccio non le
avevo. Me ne prestarono un paio per allenarmi a Milanello, ma erano piccole e il
giorno dopo a Udine mi facevano ancora male i piedi. Era il 20 gennaio 1985.
Sono passati vent'anni però ancora mi ricordo di quelle scarpe e di tutto il
buono che hanno portato». «Non é facile raccontare vent'anni di calcio: ci
stanno dentro tante facce, tante vittorie, tante delusioni. Se dovessi
sintetizzare la mia vita in campo sceglierei qualche sensazione forte, qualche
scena che ancora mi sembra più nitida delle altre. Racconterei di quando mi
hanno detto che mi sarei allenato con la prima squadra, nell'estate dell' 84.
Esordire sembrava una possibilità remota anche se si sapeva che a Liedholm
piaceva valorizzare i giovani, e infatti dovetti aspettare soltanto pochi mesi.
Ricorderei l'esordio sul campo di Udine, il nodo di emozione che si scioglie
appena metto piede in campo e mi metto a correre. Sapevo di poter stare in
quella squadra senza sfigurare, ma mi chiedevo: posso qui e ora, posso reggere
il calcio di serie A? Quando hanno fischiato la fine, mi sono detto: allora
posso. E' stato fantastico». Quando ho capito di essere un campione? Non cosa
che capisci da solo te lo dicono gli altri, te la confermano i fatti, gli anni
che passano mentre tu sei ancora capace di divertiti e dare il massimo tutte le
volte. Ma già quando arrivi in nazionale cominci a comprendere il tuo valore
vero di calciatore. E io con la nazionale ho avuto un rapporto lungo e bello.
Quasi un'altra carriera, fatta di tante partite, tante responsabilità. Quindi
nel racconto farei comparire anche una maglia azzurra, a simboleggiare tutto
quello che mi sono lasciato dietro quando ho deciso di chiudere, perché c'è un
tempo per tutto e quel tempo lì era finito». «Poi per raccontare sceglierei un
luogo, perché ci vuole sempre un luogo per fare un racconto. E nel racconto
metterei San Siro, la mia casa, lo stadio che ancora adesso mi dà più emozioni.
E poi ci metterei l'ultima Champions che ho vinto. Quasi non mi ricordo della
prima, che pure per tanti versi resta mitica per tutti quelli che amano il
Milan. Quando hai la fortuna di vincere parecchio, finisce che non ti ricordi
più cosa hai conquistato e di come lo hai conquistato; lo so, magari può
sembrare strano che mi sia rimasta in mente una coppa vinta ai rigori, mentre la
prima è stata una vittoria schiacciante, qualcosa che ha fatto la storia del
Milan probabilmente. Ma la felicità che ho provato in quel momento lì, a
Manchester, quando ho alzato la coppa da capitano per la prima volta, me la
ricorderò sempre molto bene. Anche perché era tutto organizzato, colorato,
teatrale. Prima ci davano la coppa, si facevano il giro in campo, feste,
applausi, maglie buttate sopra la testa, ma tutto finiva lì. A Manchester
sembrava davvero di stare a teatro per una rappresentazione perfetta. Noi lì,
riuniti sul palco illuminato, io capitano che alzo la coppa. E chi se lo scorda
più». «Non che sia un fanatico delle coppe in quanto tali. In casa mia ne
abbiamo pochissime, mio padre non ha neppure tante foto dei suoi successi, ne ha
qualcuna mia madre, ma saranno trenta al massimo. Anche mia moglie lo dice
sempre, possibile che non conservi nulla? Ho qualche replica, qualche coppetta
in scala: una l'aveva regalata Galliani a mio figlio Christian, poi si sono
aggiunte le copie di quella che abbiamo vinto con la Champions League 2003, e
della coppa Italia. In casa però ci sono anche le medaglie: quella del terzo
posto ai Mondiali del 1990, quella del secondo posto ai Mondiali del '94, quella
del primo posto ai Mondiali militari. C'è poco da ridere, il Mondiale militari è
l'unica cosa che ho vinto con la maglia azzurra, sicchè ci tengo anche se ho
conquistato coppe campioni e scudetti eccetera: è una vittoria particolare. Mia
moglie ha preso quelle tre medaglie e le ha incorniciate. «Le foto mi piacciono
e almeno con quelle riesco ad accontentare Adriana che continua a stupirsi di
questa mancanza di segni concreti della mia carriera. Adesso ho fatto un
lavoraccio, le ho archiviate tutte in un dischetto. Mi piace lavorare con i
computer e sono abbastanza bravo. Il problema è che magari alla fine del lavoro
perdo il dischetto. Perché è così, sono un tipo distratto. A volte passa il mio
migliore amico per strada e neanche me ne accorgo. Non è che cammino e guardo
negli occhi la gente. Un po' sfuggo, o può sembrare che sfugga; credo sia una
questione di carattere». «Una volta ero molto timido, crescendo sono cambiato un
po', però mi rendo conto che a volte la gente quasi si intimorisce a parlarmi, a
chiedermi un autografo. Era così anche con Baresi, eppure io ho un carattere
molto diverso da quello di Franco: in realtà sono un tipo socievole, che ama
mettere l'interlocutore a proprio agio. Credo di essermi costruito una specie di
muro verso l'esterno, magari in maniera inconsapevole. All'inizio ero molto
cauto nei rapporti, quando si è molto giovani si ha sempre paura di sbagliare.
Diciamo che ho cominciato così, mantenendo un po’ le distanze, e mi sono trovato
bene. D’altra parte credo di avere avuto una carriera lunga anche per questo,
perché ho ridotto e tenuto sotto controllo certi tipi di stress. C’è stato un
periodo in cui leggevo di più i giornali, leggevo tutto quello che scrivevano di
me. E' stato il periodo peggiore, e mi sono detto: perché devo stare male per
questo? Così sono tornato all'origine. Al mantenimento di una barriera». In
famiglia sono diverso, e anche con gli amici, e naturalmente con i compagni di
squadra. Sono molto legato al gruppo che è partito con Sacchi e ha vinto tutto.
Baresi, Tassotti, Filippo Galli, Evani. E’ il gruppo che mi ha accolto quando
avevo sedici anni. E poi Billy. Sono molto legato a quel gruppo lì, e a
Costacurta perché con lui ho diviso tante cose, abbiamo giocato e vinto tanto
anche quando gli altri hanno smesso. Ma ci sono tante facce in vent'anni di
calcio, tanti giocatori con i quali ho avuto rapporti bellissimi. Troppi per
citarli tutti. C'è stato Angelo Carbone, e Weah, e a loro sono molto
affezionato. Non è difficile affezionarsi ai compagni di squadra, con loro
dividi cose talmente belle. Mi piace il clima dello spogliatoio, è difficile che
ci sia invidia fra noi. In generale, è difficile che ci sia invidia fra i
giocatori a meno che non si tratti di due attaccanti. Scherzo, ma mica tanto.
Perché quando c'è il gol di mezzo, e il gol purtroppo per loro è la misura in
base alla quale gli attaccanti vengono giudicati, tutto diventa più complicato.
Poi è una questione di carattere. Credo che il mio carattere sarebbe rimasto lo
stesso anche se avessi fatto 1'attaccante». «Mi piaceva attaccare e mi piace
ancora parecchio. Ho cominciato all'ala destra, poi sinistra. D'altra parte non
è che all'oratorio ti danno un ruolo; giochi dove serve, dove c'è posto. Dunque,
io avevo cominciato con la voglia di attaccare, come tutti i bambini credo, però
forse è meglio che sia diventato difensore. Magari sarei stato un attaccante di
medio valore, di quelli che fanno tanto pressing, tanto lavoro e pochi gol. Il
generoso Maldini. No, meglio che sia diventato un difensore». «Anche se ho
rischiato di andare a provare al Milan come portiere. Mi piaceva anche stare in
porta, e fu mio padre a chiedermi: preferisci fare il portiere o un altro ruolo?
Abitavamo al quinto piano, il mio migliore amico stava al primo. C'era un grande
terrazzo e noi stavamo lì delle ore a giocare. Mio padre si affacciava a
guardarci e fu così che gli venne l'idea che magari mi sarebbe piaciuto anche
stare in porta. Forse, se avessi fatto il portiere, il mio carattere sarebbe
cambiato. I portieri sono particolari, esplosivi. Credo che sia perché non
possano sfogarsi correndo come facciamo noi e sono obbligati a tenersi tante
cose dentro, nell'immobilità quasi. «Mio padre mi guardavo giocare quando stavo
in terrazzo, ma anche quando ho cominciato ad allenarmi con le giovanili del
Milan faceva la stessa cosa. Al campo mi accompagnava mia madre, lui arrivava
dopo e magari si metteva da una parte. Era silenzioso, non mi dava consigli, non
diceva niente. Di calcio non abbiamo mai parlato molto. Quando ero un ragazzino
mio padre soddisfaceva le mie curiosità, gli chiedevo notizie su questo o quel
giocatore, queste erano le nostre conversazioni di calcio. Piuttosto, mi
spiegava come comportarmi con la stampa, o come gestire lo stress. In questo ha
avuto una parte importante». «Il nostro è diventato un vero rapporto giocatore
allenatore quando ho cominciato a giocare con la Under 21, che allenava lui. Non
so chi fosse più imbarazzato, ma certo l'imbarazzo c'era, anche se cercavamo di
non farlo vedere neppure a noi stessi. Non c'entrava il fatto che io fossi stato
convocato e magari non dovessi esserlo, perché su questo nessuno discuteva, ma
poi c'era la gestione del quotidiano, delle piccole cose della vita di una
squadra. Per dire, nello spogliatoio si scherza su qualsiasi allenatore.
Ovviamente davanti al figlio di Cesare i compagni si zittivano. Su certi
argomenti anziché la naturalezza di una battuta, o di una arrabbiatura, scendeva
un silenzio un po' goffo da parte di tutti. Questo è stato l'unico aspetto
sinceramente imbarazzante di tutta la faccenda». «Quando è venuto ad allenare il
Milan, la situazione era già un po' diversa. Perché io ero già più che adulto, e
soprattutto era diversa la situazione per lui. Per mio padre tornare al Milan è
stata un’esperienza bellissima, la più bella. E' stato speciale tornare nello
stesso ambiente dov'era stato giocatore, rivivere in certi luoghi, stare a
Milanello in mezzo a gente giovane, tornare ai tempi degli scherzi e delle
chiacchiere nelle spogliatoio. Sono state emozioni forti e una volta stranamente
ne ha parlato. Ma non so, forse neppure direttamente con me, forse me lo ha
raccontato mia madre. Mio padre è un uomo che difficilmente parla delle sue
emozioni nel calcio». Il primo allenatore l'ho avuto in casa, anche se mio padre
non mi ha mai influenzato nelle scelte, e lo stesso farò io con i miei figli.
Giocare a pallone a Chrstian piace, ma non gli dirò mai nulla che possa
determinare minimamente i suoi gusti sportivi. Certo, se si mettesse a giocare
sul serio non avrei paura di nulla, perché io ho ancora fiducia in un calcio
vero, uno sport che regala tante sensazioni e che ti fa crescere perché è un
lavoro f di squadra e ti insegna a stare con gli altri. Questo è il mio calcio
ed è quello di tanti ragazzi e anche di tanti campioni che non smettono mai di
divertirsi. Il mio concetto è questo: ho sempre vissuto il calcio come una cosa
che mi diverte. E' questo che ti fa andare avanti. Poi c'è anche il resto:
vittorie, guadagni, notorietà, ma nessuno comincia a giocare a pallone con lo
scopo di diventare ricco e famoso, nessuno si allena e fa sacrifici per questo.
Il richiamo del pallone è naturale, cominci perché ti piace e prosegui per lo
stesso motivo. Questo non è un calcio senza valori: per quanto ci riguarda, per
quanto riguarda tutti i giocatori intendo, il rischio di far parte di un mondo
vuoto non esiste. Non si fanno sacrifici soltanto per i soldi. E' come quando mi
chiedono: ma come fai a continuare, a trovare stimoli dopo aver vinto tanto? Per
me è una domanda incomprensibile. Gli stimoli me li dà questo sport, il fatto
che ami ancora allenarmi, e faticare. Già adesso, pensando a quando non andrò
più a Milanello mi viene tristezza». «D'altra parte, quella sugli stimoli di un
giocatore avanti negli anni è solo una delle tante domande alle quali non so
rispondere. Ogni tanto mi tocca fare una conferenza stampa a Milanello, in
nazionale capitava di più, ma anche con il Milan accade. Sono il capitano, è
giusto che parli a nome della squadra in alcune situazioni ed è giusto che sia
disponibile. Dunque, dicevo. Ogni tanto mi ritrovo al tavolo delle conferenze di
Milanello e mi accorgo che non so cosa raccontare. Ci sono domande che mi danno
il panico. Tipo: come vedi la partita con 1'Atalanta? E io penso, aiuto, adesso
cosa rispondo, mi avranno fatto questa domanda cinquecento volte nel corso degli
anni e non so cosa dire. Non che sia una domanda stupida: è una richiesta di
informazioni necessaria, la gente che segue il calcio vuole sapere anche queste
cose. Ma a me non viene in mente niente di necessario o di importante, magari
vorrei provare a dire qualcosa di diverso e non mi riesce. Ecco, questo mi
capita, ed è anche in queste situazioni che mi rendo conto di essere visto come
un tipo un po' distaccato, un po' freddo magari. Ma io non sono né superbo, né
freddo, né distaccato. E' che giocare mi piace più che parlare di quello che
faccio». «Faccio un lavoro bellissimo e so di essere una persona fortunata, per
tanti motivi. Nella professione, ad esempio, ho avuto gli allenatori giusti al
momento giusto. Liedholm è l'uomo che mi ha fatto esordire, mi ha dato fiducia.
Soprattutto mi ha dato quello che serviva a un ragazzo giovane con un nome
importante che si affaccia nel calcio professionistico: mi ha trasmesso
tranquillità, mi ha fatto pensare sempre che il calcio in fondo è un gioco, e
questo ha permesso di tenere sotto controllo la pressione che c'era su di me in
quel momento. Ed era tanta. Poi c'è stato Sacchi che mi ha fatto capire altre
cose, ma se avessi avuto questi due allenatori in ordine inverso avrei
incontrato difficoltà maggiori». «Sacchi ci faceva ripetere ogni cosa
cinquecento volte, mille volte, ma il suo culto del lavoro mi ha e ci ha
permesso di raggiungere risultati eccezionali. Inculcare una mentalità nuova è
stata la sua impresa più complicata. Noi praticavamo un calcio abbastanza
moderno, giocavamo già in linea, ma era proprio il suo metodo a essere diverso
da quello degli altri. Aveva come termine di paragone il suo Parma e magari
quello che non sapeva fare era portare quelle esperienze a un livello più alto.
Certe cose che ci diceva erano difficili da interpretare. All'inizio è stata
dura per tutti, anche perché i risultati non arrivavano». «Dicono che siamo nati
dalla nebbia di Belgrado? Siamo stati aiutati dalla fortuna, ma quella era una
squadra che già volava in campionato e giocava benissimo: il mese critico era
stato il primo. Quando incontro Sacchi ci salutiamo anche piuttosto
affettuosamente, certo è difficile che ci telefoniamo. Ma questo capita con
tutti gli allenatori che ho avuto: magari sarà più facile quando farò....che
cosa farò? Boh. Insomma, sarà più facile quando cambierò mestiere». «Spesso
sento dire che noi della vecchia guardia del Milan abbiamo avuto problemi con
Capello, allora provo a chiarire una volta per tutte: c'è stata una discussione,
ma al di là della litigata in sé c'è il mio rapporto con Capello, iniziato
quando giocavo nella Primavera. E 13 anni non si cancellano in poche ore. Quella
volta ci siamo trovati in una situazione di nervosismo generale: era il 1998, la
squadra era arrivato undicesima l'anno prima con Sacchi e poi decima con
Capello, e nessuno di noi era abituato a perdere tanto. Mi ricordo le nostre
difficoltà, ma anche tante cose scritte dai tifosi e le cose magari pensate
dalla società. Si doveva per forza trovare un colpevole e questo non mi piace. A
volte non si sanno rispettare le regole dello sport: vincere, provare a farlo
sempre, ma anche accettare di perdere quando capita. Siamo stati in Scozia a
novembre per l'ultima partita del girone di Champions League: il Celtic quella
sera è rimasto fuori anche dalla coppa Uefa, ma l'ambiente era eccezionale, alla
fine applausi e grazie lo stesso. Siamo lontani da una mentalità del genere e
non ci arriveremo mai. Il «grazie comunque» nel calcio italiano non esiste. Il
calcio per noi è una religione, non si ammettono errori, non c'è lo spirito
sportivo che ti fa accettare la sconfitta. E questo è 1'aspetto del nostro
calcio che mi piace di meno». «Peggio le arance che ci tiravano a San Siro o le
contestazioni dei giorni di Byron Moreno? Peggio le arance di San Siro, senza
dubbio. E poi non erano giorni di contestazione, erano mesi che si andava avanti
così. Quando capita una cosa del genere, provi una grande amarezza: è come se la
tua famiglia ti contestasse mettendo in discussione proprio tutto. In quell'anno
lì avevo il dente avvelenato con tutti e sono rimasto abbastanza avvelenato
anche nella stagione successiva, fino a quando abbiamo conquistato lo scudetto
nel maggio 1999, e io e Billy a Perugia ce ne siamo andati nello spogliatoio a
festeggiare da soli. Poi, la società credo che abbia capito cosa era successo in
quegli anni. Qualcosa però mi è rimasto dentro». «Perché si dice che le brutte
esperienze ti fanno crescere e a me è successo in quei mesi. Anche se le
cattiverie sul mio conto le avevo sempre sentite da quando giocavo nelle
giovanili del Milan e qualcuno diceva che giocavo perché ero il figlio di
Cesare. Diciamo che alle cattiverie ho fatto l'abitudine da ragazzo». «A
proposito di Byron Moreno e del Mondiale in Asia, il mio ultimo Mondiale, le
assurdità non sono mancate. Tutti a dire che ero finito, e l'anno dopo molti di
quelli che mi avevano dato del giocatore al capolinea mi candidavano al Pallone
d'Oro. Io avevo deciso di lasciare la nazionale e sono stato coerente, non posso
dire lo stesso di molti giornalisti. Mi è toccato pure sentire questa: che non
onoravo la maglia della nazionale quanto quella del Milan, e mi domando come si
possano rivolgere accuse del genere a uno che ha battuto tutti i record
possibili e che ha giocato quattro campionati del mondo. Mi veniva da ridere
perché c'è un limite a tutto, ma a volte davvero ogni limite viene superato. Io
però mi sono preso anche delle piccole rivincite. Ho battuto tutti i record, e a
tre quarti della mia carriera devo sentirmi dire che esco ogni sera e faccio
tardi e non faccio vita da atleta eccetera? Allora, o sono un mostro e ho fatto
un patto col diavolo, oppure la gente parla di cose che non sa. Ripenso a quei
due anni di Milan andati male e penso che non sia giusto dimenticare tutto.
Perché odio la prepotenza, qualsiasi tipo di prepotenza. Alla prepotenza io
reagisco». «Da Sacchi e Capello sono finito agli anni bui e ho saltato un
passaggio: Tabarez, purtroppo una meteora nella storia del Milan. Dopo quel
periodo agitato è arrivato Zaccheroni e con lui abbiamo fatto un vero miracolo.
Quello scudetto è stato proprio un miracolo, ma anche una lotta nel cercare di
spingere la squadra a credere che si poteva fare. E' stato uno sforzo fisico e
mentale notevolissimo, anche perché Zaccheroni è un tipo che parla poco con i
giocatori e coinvolgeva molto me e Billy nell'opera di convincimento di tutti
gli altri. Quello era un Milan che aveva adottato una politica diversa, tanti
giovani e qualche senatore. Si pensava che fosse il futuro, ma purtroppo per
vincere bisogna comprare anche qualche campione». «E poi arrivò Terim, un
personaggio simpaticissimo. Con lui abbiamo giocato alcune partite veramente
bene, ma forse non era l'uomo che la società voleva. Forse non era tanto adatto
al nostro ambiente e la valutazione iniziale non era stata esatta». «Così ci
siamo ritrovati con Ancelotti. Qualcuno pensava che non sarebbe stato facile per
lui lavorare con i vecchi compagni di squadra, perché spesso si ha un'idea di
spogliatoio completamente diversa dalla realtà. Ciascuno di noi ha i1 rispetto
del ruolo: il giocatore gioca, l'allenatore allena e fa delle scelte, la società
decide. Questo rispetto dei ruoli è fondamentale per mandare avanti una squadra,
grande o piccola che sia. Quando Demetrio Albertini se n'è andato, o quando la
società ha deciso di non rinnovare il contratto a Billy, certo non è stato
facile per noi, ma un calciatore deve essere in grado di capire e accettare le
scelte tecniche, e fortunatamente le persone hanno anche le dignità di
riconoscere l'errore e saper tornare indietro, come è successo nel caso di
Costacurta. Albertini invece non è stato richiamato, ma credo sia stata una
decisione difficile per Carlo, anche se è stata più dolorosa per Demetrio. Ma
nel calcio, come in qualsiasi altro ambiente di lavoro, capita di dover
accettare dei cambiamenti poco graditi». «C'è di peggio, pensa qualcuno, ci sono
problemi ben più gravi nel mondo del calcio: il doping, ad esempio. E se c'è chi
getta sospetti anche su di noi, su di me, io non posso che rispondere così:
questa gente cerca giustificazioni ai propri insuccessi. E' un problema di
sportività e come ho già detto purtroppo in Italia in questo senso ci sarebbe
molto da fare: spesso si buttano sospetti sulle vittorie, e non parlo soltanto
di doping ma anche di arbitri. Questa cultura del sospetto è un'altra delle cose
che non mi piacciono del nostro sistema. Sapendo che mazzo mi sono fatto in
questi anni per correre più forte degli altri mi scoccia un po' sentire anche
dei piccoli sospetti campati per aria. Io avevo delle qualità naturali, ma
andavano alimentate con il lavoro, e per sfruttarle e restare al vertice in
questi anni mi sono allenato durissimamente. Per questo sentire anche soltanto
qualche minima illazione mi fa cadere le braccia». «Poi, se uno pensa delle cose
è giusto che le dica. Prendiamo Zola, che se n'era uscito con quelle
dichiarazioni dopo il processo alla Juve e al dottor Agricola. Ha detto e poi ha
ritrattato, perché secondo me non si era neppure immaginato della risonanza che
le sue parole avrebbero avuto in tutta Italia e nel mondo. Questa è la
dimostrazione che anche un calciatore in età matura può commettere degli errori.
Zola ha avuto una reazione istintiva, basata sulla rabbia. Io lavoravo, gli
altri si dopavano. Lo ha detto, poi ci ha ripensato a mente fredda. Quanto a
Zeman, a me sembra che abbia sempre sparato un po' nel mucchio. In ogni caso non
approvo quello che dice. Tante cose sono condivisibili, altre no. In questo
ambiente ci sta anche Zeman e a volte mi pare che sostenga cose un po’ strane,
tipo i suoi discorsi sulle dosi di creatina: quale allenatore sa quanta creatina
prendano i suoi giocatori? A parte questo, non credo ci sia una tendenza nel
calcio ad andare verso il doping. Non è uno sport nel quale il doping possa fare
la differenza. Io, senza conoscere gli effetti collaterali, perché spesso si
parla di sostanze nuove e poco sperimentate, non prenderei niente, non
accetterei di mettere a rischio la mia vita. Di sicuro non calcio meglio se mi
faccio di epo. E poi mettere in gioco la propria vita è da pazzi. La quasi
totalità dei ragazzi che ho conosciuto e conosco non rischierebbero e non
accetterebbero di prendere sostanze del genere. Ho conosciuto tanta gente nel
calcio, nessuno come Maratona. E’ stato il più grande, anche se bisogna
ricordare che aveva una grande squadra intorno, perché quel Napoli era
fortissimo. Ma lui è migliore che abbia mai incontrato: in campo rispettava
chiunque dai campioni ai giocatori più normali; è stato un esempio di lealtà. Mi
rendo conto che prenderlo a esempio per qualcosa possa sembrare strano, ma la
sua vita e la sua carriera sono percorsi completamente separati. Maradona è
stato un modello di comportamento, prendeva un sacco di botte e stava zitto. Gli
attaccanti di adesso, mamma mia: si lamentano sempre. Ci sono attaccanti che
usano il corpo quanto un difensore, ma poi stanno lì a protestare per niente.
Maradona, sempre zitto. E di certo non è stato uno che ha usato il doping per
migliorare le sue prestazioni». «Mi passano davanti tante facce se ripenso a
questi vent'anni: facce di gente che ha smesso di giocare e io sono sempre qui,
e prima o poi dovrò cambiare. Ma devo trovare qualcosa di interessante da fare
per rinunciare all’idea di vivere la mia quotidianità con la squadra, andare a
Milanello, allenarmi, tornare a San Siro almeno una volta ogni due settimane. La
cosa brutta è che ci penso da due o tre anni e ancora non sono arrivato a una
conclusione. Ovviamente, costruirmi un altro ruolo nel mondo del calcio non
sarebbe male, ma un'idea precisa non ce l'ho. E' che mi sembra di avere ancora
tanto tempo davanti. Comunque sono certo che oltre i trentanove anni non andrò.
Non voglio diventare un monumento in campo». «Il record di Zoff di presenze in
serie A è un altro bel traguardo: non mi manca molto a raggiungerlo e spero di
farcela prima del ritiro. Ma più che altro spero di ottenere altre vittorie con
il Milan prima di mettere la parole fine a una carriera bellissima. Quanto a
Pallone d'Oro, Fifa World Player, eccetera, chiudo senza rimpianti: se non mi
hanno dato il Pallone d'Oro nel 1994, quando avevo vinto scudetto e coppa
Campioni e raggiunto la finale del Mondiale, non me lo danno più. Mi piace di
più l'idea del premio assegnato dai ct e dai calciatori stessi: una volta sono
arrivato secondo nel Fifa World Player ed è stata una soddisfazione. L'unica
cosa che mi manca, l'ho sempre detto, è una vittoria con la nazionale. Ma c'è
sempre quel primo posto ai Mondiali militari e sono costretto a tenermelo caro».
Nella vita d’altra parte, non c'è stato solo il calcio, anche in questi
vent'anni intensi. Amo la musica, soprattutto 1'hip hop e in periodi brevi la
musica italiana. Non vado al cinema perché faccio fatica a star fermo per un'ora
e mezza, quindi preferisco vedermi dei bei film a casa e qui c'è sempre da
discutere con mia moglie, perché sono di gusti abbastanza vari, ma i film
mielosi non li sopporto. Leggo poco e non potrei mai giocare a golf perché oltre
a stare seduto non sopporto star fermo in piedi, il tennis mi piace ma in media
gioco una volta ogni due anni, e per la verità quando non sono impegnato col
Milan passo la maggior parte del tempo a lavorare con il computer o a fare il
babysitter ai miei figli. Mi riconosco nell'immagine che la gente ha del
milanese: tanto lavoro, rispetto per gli altri, vivi e lascia vivere. Io sono
così e sono molto affezionato a questa città, anche se non so una parola di
dialetto. Non c'è un altro posto al mondo dove mi trovi bene come a Milano, non
c'è un altro posto dove vorrei vivere, a parte forse New York che è una Milano
all'ennesima potenza. E non c'è uno stadio che come San Siro mi regali ogni
volta emozioni forti. Per questo sarà dura smettere anche dopo tanti anni, tanti
record, tanti successi e tanta fatica. Sarà dura ma prima o poi succederà. Deve
accadere, accadrà e una cosa sola mi sento di assicurare: quando non sarò più in
grado di giocare a certi livelli, non ci sarà bisogno di farmelo dire da
nessuno. Paolo Maldini si fermerà da solo».